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Busto ritratto dell’imperatore romano Caracalla Circolo del Giambologna, 1529-1608 1580–1600 circa Marmo bianco (probabilmente di Carrara) Altezza 66 cm (compreso il basamento circolare coevo), larghezza 53 cm Ottimo stato di conservazione, considerando l’età dell’opera; ottima conservazione delle delicate strutture superficiali La presente scultura è una magistrale interpretazione in scala ridotta del famoso «tipo Farnese» dell’imperatore Caracalla. L’originale monumentale di epoca antica fu rinvenuto intorno al 1545/46 nelle Terme di Caracalla a Roma e nella seconda metà del XVI secolo divenne l’emblema del ritratto imperiale espressivo e psicologicamente intenso. Il busto riproduce fedelmente l’iconografia caratteristica dell’imperatore soldato: la testa è ruotata bruscamente verso sinistra con un movimento netto e dinamico. La profonda ruga di collera sopra la radice del naso, le sopracciglia aggrottate e lo sguardo diffidente e truce conferiscono al ritratto quell’intensità emotiva che affascinò collezionisti e artisti intorno al 1600. Caracalla è drappeggiato con una toga classica, tenuta insieme sulla spalla sinistra da una fibbia. La realizzazione del busto testimonia un livello artigianale e artistico straordinariamente elevato, che riflette il tipico modo di operare della grande bottega fiorentina di Giambologna (Jean de Boulogne, 1529–1608). Alla corte dei Medici, Giambologna operava principalmente come geniale artista concettuale, modellando bozzetti in argilla o cera, mentre delegava la realizzazione fisica in marmo per lo più a specialisti di prim’ordine della sua cerchia più ristretta. L’opera in questione riunisce le innovazioni stilistiche dei due più importanti maestri del marmo di questa scuola: I riccioli fitti e corti dell’imperatore e la caratteristica barba incolta sono stati lavorati con un uso intensivo di frese rotanti di diverso diametro. L’impostazione di profondità di foratura differenziate e variabili spezza la pesantezza intrinseca della pietra. Ne risulta un gioco virtuosistico di luci e ombre (chiaroscuro) che conferisce ai capelli una tridimensionalità vivace, quasi tattile. Questa tecnica di perforazione mirata e la creazione di profonde cavità d’ombra nel marmo rimandano direttamente al metodo di lavoro del giovane Pietro Tacca (1577–1640), che entrò nella bottega negli anni Novanta del XVI secolo e avviò la transizione verso l’illusionismo barocco. Le pieghe della toga sono estremamente incise in profondità e in alcuni punti così fortemente scavate che il marmo sembra staccarsi completamente dal busto. I bordi appaiono così sottilissimi, quasi taglienti e ingannevolmente materici. Questa dimostrazione di perfetta padronanza del materiale era la specialità assoluta di Pietro Francavilla (Pierre de Francqueville, 1548–1615), il più importante collaboratore di Giambologna per le grandi commissioni in marmo. Francavilla era noto per cercare il rischio fisico dell’assottigliamento estremo, al fine di conferire alla pietra un’insospettabile leggerezza tessile. Un indizio decisivo per collocare l’opera nell’ambiente diretto della corte fiorentina dei Medici è fornito dal disegno della spilla (fibbia). Questa è realizzata in una versione in scala ridotta rispetto all’originale romano conservato nell’odierno Museo Nazionale di Napoli (Inv. 6033) – costituita da un pomello rotondo scanalato (rigato), sormontato da un pomello rotondo più piccolo. Anche il rapporto dimensionale tra i 65 cm di altezza del busto Farnese e i 66 cm di quello qui presentato sottolinea il legame fedele nei minimi dettagli con il modello antico. Questa fedeltà archeologica senza compromessi, unita al raffinato stile scultoreo, corrisponde esattamente alle esigenze accademiche della scuola di Giambologna. La corte di Firenze possedeva una delle migliori collezioni al mondo di calchi in gesso di antichità romane. Gli scultori di questa cerchia utilizzavano questi modelli precisi per tradurre senza errori i prototipi romani monumentali in formati da salotto intimi e perfettamente proporzionati di queste dimensioni, destinati alle nicchie delle camere delle meraviglie principesche e delle biblioteche private. Al di là della qualità puramente formale, questo busto possiede una profonda dimensione storico-culturale che lo colloca al centro del sistema di rappresentazione dell’età moderna. La scoperta del Farnese-Caracalla a metà del XVI secolo coincise con un’epoca di gravi sconvolgimenti politici in Italia. Per i principi del tardo manierismo, Caracalla non era più solo un tiranno storico, ma l’incarnazione per eccellenza dell’Auctoritas (autorità sovrana) e di una determinazione indomabile e temibile. Esporlo nella propria galleria era una dichiarazione psicologica: dimostrava la propria capacità di difesa e il proprio potere incrollabile. Intorno al 1600, nelle corti europee – da Firenze a Praga fino a Parigi – divenne di moda allestire lunghi corridoi sontuosi con i ritratti di
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