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Statuetta femminile con bastone e copricapo trilobato Legno, antica patina color miele e marrone, intarsi negli occhi. Punu, Gabon, prima del 1930. Altezza: 23 cm Provenienza: Georges Valmier (1885–1937), pittore cubista. Questa figura femminile si distingue per l’eleganza del portamento del capo e per la singolare intensità dello sguardo. Un collo slanciato sostiene il volto, coronato da un copricapo trilobato il cui chignon centrale, ben definito, ne accentua la verticalità. Gli occhi intarsiati conferiscono all’espressione un’intensità quasi estatica, mentre la bocca dai contorni decisi le dona una sicurezza contenuta. In piedi, con le ginocchia leggermente flesse, tiene un bastone nella mano destra, mentre l’altra è portata vicino alla vita. Delle scarificazioni finemente lavorate, dispiegate ai lati dell’ombelico come due ali, sottolineano l’addome. Vista di schiena, la scultura rivela una modellazione accurata: la rotondità delle spalle, l’incavo della vita e la pienezza dei fianchi compongono una silhouette dalle linee armoniose. L’equilibrio tra questa morbidezza dei volumi e la fermezza dell’atteggiamento costituisce tutta la forza di questa piccola effigie. Tra i Punu del sud del Gabon, le statuette sono molto più rare delle maschere bianche che hanno reso famosa questa cultura, e il loro volto ne riprende spesso i tratti e l’acconciatura. Sono interpretate come raffigurazioni di antenati o effigi dal carattere magico, legate al culto degli antenati e alle pratiche di protezione del lignaggio; una statuetta poteva anche occupare il tabernacolo del santuario del bwiti. Riferimento comparativo: National Museum of African Art, Smithsonian Institution, Washington, figura femminile, Punu o Lumbo, fine XIX – inizio XX secolo, inv. 98-15-3. Somiglianza per la postura flessa e le scarificazioni corporee; l’acconciatura è diversa e gli occhi sono evidenziati con pigmento bianco anziché incastonati. Bibliografia generale: Louis Perrois e Charlotte Grand-Dufay, Punu, Milano, 5 Continents Editions, collana «Visions d’Afrique», 2008.
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