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Charles CORDIER (1827-1905) Saïd Abdallah della tribù dei Mayac, regno del Darfur Copia in bronzo con tripla patina, prevalentemente argentata Firmata Altezza 38 cm (con piedistallo e senza base) Altezza 50 cm (totale) Piedistallo in marmo probabilmente aggiunto in un secondo momento, segni di usura sulla patina Nota: Realizzato in gesso nel 1848 e successivamente fuso in bronzo dallo Stato nel 1851, il busto di Saïd Abdallah, della tribù dei Mayac, del regno del Darfur, segna l’inizio fulmineo della carriera di Charles Cordier (1827-1905). All’epoca giovane artista formatosi con François Rude, Cordier rompe con le caricature esotiche e l’immaginario servile del suo tempo incontrando a Parigi questo ex schiavo sudanese affrancato, di cui immortala la nobiltà dei lineamenti. Presentata al Salon proprio nell’anno dell’abolizione definitiva della schiavitù in Francia, l’opera riprende i codici formali e la dignità del classico ritratto eroico europeo, con un portamento altero, un drappeggio curato e uno sguardo penetrante. Questo colpo di genio getta le basi del progetto di una vita di Cordier: la scultura etnografica, che gli varrà l’incarico presso il Museo Nazionale di Storia Naturale e lo porterà a viaggiare in Algeria, Grecia ed Egitto per rinnovare l’uso della policromia (bronzo, marmi e onice). Guidato dalla convinzione che «il bello non sia appannaggio di una razza privilegiata», Cordier fa di questa scultura, oggi conservata al Museo d’Orsay accanto alla sua controparte, la Venere africana, un manifesto umanista che celebra l’universalità della bellezza umana nel campo delle belle arti.
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