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186 - [MANOSCRITTO - AVANGUARDIA UNGHERESE] BODZASY, István. Szittyák. N. 30, 2 novembre 1917.

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[MANOSCRITTO - AVANGUARDIA UNGHERESE] BODZASY, István. Szittyák. N. 30, 2 novembre 1917. Eccezionale manoscritto di questa rivista clandestina realizzata nel campo degli ufficiali austro-ungarici di Urjum, nella Russia zarista. In-4 brossurato, copertine in cartoncino marrone molto sbiadito rilegate con un dorso in percalina marrone. 36 pagine manoscritte, 1 pagina di titolo illustrata, 8 disegni ad acquerello e 1 ritratto a matita nel testo. Copertina usurata ma solida, alcune macchie in fondo alle pagine, quattro strisce di rinforzo in carta sul margine interno dei fogli doppi. Testimonianza artistica e storica eccezionale, questo manoscritto unico fu completato clandestinamente nel campo di Urjum poco prima dello scoppio della Rivoluzione d’Ottobre. Essendo miracolosamente sopravvissuto ai primi disordini della guerra civile russa, l’opera fu infine sequestrata e contrassegnata dal sigillo della censura bolscevica nell’estate del 1918. Situato nel governatorato di Vjatka, questo campo ospitava una microsocietà di ufficiali austro-ungarici. Protetti dalla Convenzione dell’Aia, questi ufficiali erano esentati dal lavoro e percepivano una paga regolare. Tali condizioni consentivano loro di acquistare materiale artistico e di finanziare una vita culturale clandestina (corsi, teatro, laboratori). La creazione della rivista si inserisce nel cuore di questa dinamica di resilienza, cercando di trasporre le esigenze delle avanguardie di Budapest nel cuore della prigionia. Chiamandola Szittyák (Gli Sciti), in riferimento ai cavalieri nomadi considerati gli antenati mitici del popolo magiaro, questi ufficiali prigionieri affermavano con orgoglio la propria identità e la propria ribellione nei confronti dei loro carcerieri russi. Questo numero 30 si apre con un’elegia lirica di Imre Gyomai (1894-1962) intitolata «Koszorú nélkül járunk az örök-nyugvó csöndben» (Camminiamo senza corona nel silenzio eterno). Catturato in Siberia all’età di 23 anni, l’autore si stabilì dopo la guerra a Montmartre. Divenuto una figura di spicco dell’avanguardia letteraria parigina, ricoprì la carica di segretario dell’associazione Francia-Ungheria alla Liberazione. I suoi scritti della prigionia costituiscono così la matrice diretta della sua futura opera sul tema dello sradicamento. A questo fa seguito «Gondok, Gondolatok» (Preoccupazioni, Pensieri), un saggio introspettivo sulla resilienza spirituale firmato dall’aspirante Sándor Calderoni, discendente di una famosa dinastia di ottici e mercanti d’arte di Budapest. Il tenente Kálmán Miklóssy offre poi una lunga meditazione sulla morte intitolata «Vado Mori». A seguire, László Hézser critica aspramente la propaganda e i meccanismi finanziari dei conflitti in «A világháború margójáról». Questo autore si affermerà negli anni ’40 come un saggista e teorico sociopolitico di rilievo. Il suo contributo è completato da quello di Ferenc Gallay, «Én és a világháború», che analizza con acutezza la cancellazione dell’«io» da parte della disciplina militare e il trauma delle trincee. Il manoscritto propone inoltre una dimensione letteraria con il racconto di Pál Ferencz, «Iványi és D’Armont kapitányok», che narra la convivenza forzata tra un ufficiale ungherese e un capitano francese nel cuore di una bufera siberiana. Infine, la vita quotidiana del campo viene presa in giro in una scenetta del tenente Pál Lóránth («Berlitz, Langenscheidt, Sauer és a tót»), che ironizza sull’ossessione dei prigionieri per l’apprendimento delle lingue come ultimo baluardo contro la noia. L’insieme si conclude con la «Krónika» di Béla Bartha (firmata «D. B.B.»), teorico estetico del gruppo e custode della sua carta modernista ispirata alla rivista Nyugat, che documenta la vita sociale del campo. Le 10 composizioni sono firmate dal pittore impressionista e simbolista István Bódzásy (1887-dopo il 1923). Formatosi alla famosa Scuola di Nagybánya, poi a Monaco e a Parigi, questo artista fu catturato sul fronte russo nel 1914 e trascorse la prigionia nel campo di Urjum. Al suo ritorno in Ungheria nel 1919, la forza delle sue opere affascinò il grande poeta Gyula Juhász, che lo introdusse nell’ambiente dell’avanguardia letteraria. Lo stile della Secessione viennese e dell’Art Nouveau costituisce il filo conduttore decorativo e ornamentale della rivista. Questa corrente esplode fin dalla prima pagina con due fasce orizzontali di corpi nudi intrecciati che incorniciano il grande titolo «Szittyák». All’interno, raggiunge il culmine nella superba fascia funebre per il saggio «Vado Mori» di Miklóssy, raffigurante un immenso teschio che domina un fregio di croci nere verso cui si riversano file di individui provenienti da tutte le classi sociali. Il simbolismo si dispiega anche nella scena allegorica di un campo di battaglia disseminato di corpi nudi e sovrastato da un sudario rosa che illustra l’elegia di Gyomai, nonché nella sagoma di un giovane tritone cornuto che emerge dalle onde per l’opera di Lóránth. In contrappunto

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