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[MANOSCRITTO - AVANGUARDIA UNGHERESE] BODZASY, István. Szittyák. N. 26, 3 settembre 1917. Eccezionale manoscritto di questa rivista clandestina realizzata nel campo degli ufficiali austro-ungarici di Urjum. Formato in-4 grande, rilegato in brossura, piatti in cartoncino rigido con copertina originale in tessuto viola, dorso in tessuto incollato, grande disegno ad acquerello incollato sul primo piatto. 32 pagine manoscritte, 19 composizioni originali a matita, acquerello o inchiostro, di cui 10 grandi bande illustrative. Copertina usurata (notevoli mancanze di carta nella copertina viola) e rinforzata con ritagli di carta di fortuna (in fondo al primo piatto della copertina, nonché a rinforzo delle cuciture ai margini centrali dei fogli), piccole macchie dovute all’uso. Questa rivista manoscritta, tra le più rare, costituisce una testimonianza storica, politica e artistica eccezionale. Creato da un gruppo di ufficiali austro-ungarici prigionieri nel campo di Urjum, nel cuore della Russia zarista, questo numero 26 è sopravvissuto ai tumulti della guerra civile russa per finire poi nel mirino della censura bolscevica. Situato nel governatorato di Vjatka, il campo ospitava una microsocietà di ufficiali austro-ungarici. Protetti dalla Convenzione dell’Aia, questi ufficiali erano esentati dal lavoro e percepivano una paga regolare. Tali condizioni consentivano loro di acquistare materiale artistico e di finanziare una vita culturale clandestina (corsi, teatro, laboratori). Il titolo scelto per la rivista, *Szittyák* (Gli Sciti), fa riferimento al mito delle origini nomadi dei magiari, affermando una scelta fortemente identitaria e ribelle nei confronti dei carcerieri russi. Arma di combattimento psicologico contro il «male del filo spinato», la rivista si impone come un baluardo della modernità estetica, interamente calligrafata da Sándor Calderoni, discendente di una famosa dinastia di ottici e mercanti d’arte di Budapest. Il numero contiene in particolare i testi giovanili di Imre Gyomai (1894-1962). Fatto prigioniero in Siberia a 23 anni, dopo la guerra si stabilì a Montmartre e divenne una figura di spicco dell’avanguardia letteraria parigina, per poi diventare segretario e addetto stampa ufficiale dell’associazione Francia-Ungheria alla Liberazione. I suoi contributi (un saggio geopolitico sui sacrifici del conflitto e due poesie simboliste contemplative) costituiscono le matrici dirette della sua futura opera sul tema dello sradicamento. La rivista si apre con una poesia epica di Pál Ferencz, responsabile della redazione, e prosegue con «Gondok - Gondolatok», un saggio introspettivo del tenente Kálmán Miklóssy sull’angoscia della reclusione. Il numero si chiude con i messaggi della redazione, un testo programmatico di Béla Bartha (B. B.), teorico del gruppo, che vi definisce una carta letteraria intransigente modellata sulle esigenze della famosa rivista Nyugat. Rifiutando il plagio e sostenendo l’audacia creativa, Bartha formula qui il suo famoso motto modernista: «l’importante è lo stile». Tutte le 19 illustrazioni nel testo e il disegno di copertina sono attribuiti al pittore impressionista e simbolista István Bódzásy (1887-dopo il 1923). Formatosi alla famosa Scuola di Nagybánya, poi a Monaco e a Parigi, fu fatto prigioniero sul fronte russo già nel 1914 e trascorse la prigionia nel campo di Urjum. Di ritorno in Ungheria nel 1919, i suoi dipinti sulla guerra e sulla prigionia affascinarono il grande poeta Gyula Juhász, che lo introdusse nell’avanguardia letteraria, di cui illustrò le riviste prima di andare definitivamente in esilio in Germania nel 1923. Lo stile della Secessione viennese e dell’Art Nouveau determina il tono decorativo, drammatico e onirico dell’opera. Esso emerge fin dalla copertina con il grande acquerello di una ninfa nuda legata a un albero stilizzato, e si dispiega all’interno attraverso sontuose composizioni allegoriche: un fregio di corpi nudi intrecciati, una fascia di cavalieri davanti a un castello fortificato, ninfe affiancate da suonatori di lira o ancora un nudo femminile disteso in stile Art Nouveau. È proprio in questa vena grafica ornamentale e teatrale che si inseriscono la fascia che illustra la struggente lamentazione dell’esilio di Imre Gyomai, così come il potente disegno politico bicolore dell’aquila imperiale russa che stringe un corpo nudo, che apre il saggio geopolitico, anch’esso di Imre Gyomai. A questo onirismo ornamentale si mescola parallelmente il realismo en plein air ereditato dalla Scuola di Nagybánya. L’artista realizza tre disegni a matita di grande rigore tecnico, come la fedele veduta panoramica del borgo di Urjum e della sua cattedrale ortodossa per la poesia «Vasárnap» di Gyomai o del ritratto di un compagno assorto in pensiero che illustra il saggio filosofico di Miklóssy. Infine, in netto contrasto con questa malinconia, uno stile puramente umoristico e satirico caratterizza la cronaca locale del campo («Krónika»). Adottando un tratto vivace e caricaturale,
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