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Occhi in mosaico. Roma, I secolo a.C.–I secolo d.C. Vetro. Dimensioni: 3,5 cm (altezza). Provenienza: Lascito della famiglia di Ramon Martí Alsina e Ricard Martí Aguiló. Collezione archeologica costituita a partire dagli anni ’50 da successive generazioni della famiglia attraverso acquisti presso gallerie e case d’asta europee. In precedenza faceva parte della Collezione François Barille, Quimper, Gran Bretagna. Acquisito intorno al 1960. L’arte del mosaico giunse a Roma dalla Grecia e ben presto si sviluppò in un’industria a tutti gli effetti, raggiungendo livelli di qualità mai visti prima. Divenne così diffusa da diventare la principale forma di decorazione in ogni villa o casa romana. A Roma, i mosaici venivano realizzati con piccoli pezzi chiamati tessere (da cui il nome “opus tessellatum”), che erano pezzi cubici di calcare, vetro o ceramica di varie dimensioni. Queste tessere venivano disposte sulla superficie da decorare come in un puzzle, con colori e forme distribuiti secondo il disegno, e fissate con il cemento. Venivano utilizzate per decorare sia i pavimenti che le pareti (mosaici parziali); in quest’ultimo caso, le tessere erano in genere più piccole e presentavano una maggiore varietà di colori, consentendo un notevole livello di dettaglio. Negli esempi più raffinati, l’elevato costo dei materiali — spesso importati — e la manodopera necessaria per la loro produzione facevano sì che fossero diffusi solo nelle residenze dell’alta società, sia nelle aree urbane che nelle ville rurali. L’importanza della produzione musiva è dimostrata da eventi quali gli incentivi concessi da Costantino agli artisti del mosaico nel 330, quando trasferì la capitale a Bisanzio, incoraggiando l’esodo dei maestri greci e romani verso la nuova capitale e gettando così le basi per il famoso mosaico bizantino, caratterizzato, tra le altre cose, dall’ampio uso di tessere d’oro.
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