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Una serie illustrata tratta dal “Ramayana”, intorno agli anni ’20 del XIX secolo, India, Bengala Occidentale, Murshidabad o Calcutta, Company School, composta da cinque acquerelli raffiguranti scene tratte dall’epopea del “Ramayana” di Valmiki, pigmenti opachi su carta europea a righe con filigrana; il più grande reca la filigrana “AL” racchiusa in un ovale (dimensioni del più grande: 31 x 47,5 cm) (5) Provenienza: Acquistata negli Stati Uniti dal padre del venditore ad un’asta, Kuehnert’s Auction Gallery Inc., 2 febbraio 1999, lotto 130. Per la prova d’acquisto, non esitate a contattare il dipartimento. Nota a piè di pagina: I dipinti di questo lotto si distinguono per la loro tavolozza tenue, che predilige toni di azzurro e verde, e per i contorni figurativi morbidi, ottenuti grazie a un uso magistrale della pennellata acquerellata a guazzo. Tali qualità sono state spesso attribuite alle scuole di pittura indiane del nord-est, in particolare a Murshidabad e Calcutta. Nella collezione permanente del Victoria and Albert Museum, una serie di dipinti della fine del XVIII secolo raffiguranti cerimonie tradizionali indiane, attribuita a Murshidabad o a Calcutta, mostra approcci simili per quanto riguarda lo stile, la composizione e la tavolozza tenue e smorzata del presente gruppo. Ad esempio, «Un matrimonio musulmano» (circa 1775-1805, numero di inventario IS.11:8-1887) presenta un trattamento delle forme molto affine, in particolare nell’ombreggiatura e nella modellazione delle gambe nude delle figure e delle braccia alzate in modo animato. I tratti del viso sono raffigurati con una pennellata minimale per suggerire occhi, naso e bocca, e la colorazione degli ornamenti dell’elefante riflette una tavolozza e uno stile simili a quelli osservati in una delle composizioni di questo gruppo. Un’altra opera, "La festa di Holi" (circa 1775-1805, numero di inventario IS.11:9-1887), offre spunti di confronto nel trattamento del paesaggio, specialmente nella rappresentazione degli alberi con tronchi e rami contorti e nella qualità quasi fluttuante e ariosa del fogliame. Un altro dipinto che vale la pena menzionare in questa sede è il lotto 180 dell’asta «Indian and Islamic Art» di Bonhams, dell’11 giugno 2020. La resa dell’abbigliamento del “mangiatore di pecore” è paragonabile a quella indossata dalla figura centrale in piedi raffigurante una scimmia in un’opera di questo gruppo. Il dhoti rosso scuro è dipinto in una tonalità quasi identica, e la postura dinamica del personaggio, in particolare la flessione della gamba destra leggermente inclinata in avanti, richiama la figura centrale in piedi nell’opera di Bonhams. Nel XVIII secolo, Murshidabad fu la capitale del Bengala sotto i nawab, governatori provinciali nominati dagli imperatori moghul per amministrare regioni chiave come il Bengala e l’Awadh. Con l’indebolirsi dell’autorità centrale moghul, questi governatori esercitarono sempre più un potere autonomo, diventando di fatto sovrani indipendenti. Al suo apice, Murshidabad era tra i centri urbani più ricchi e significativi dell’India. Tuttavia, a metà del XVIII secolo, emersero crescenti tensioni tra i nawab e la Compagnia delle Indie Orientali, alimentate dalle espansive ambizioni commerciali e politiche britanniche. Una svolta decisiva avvenne con la battaglia di Plassey nel 1757, in cui Robert Clive sconfisse Siraj ud-Daulah. Questa vittoria segnò l’inizio del dominio politico britannico nel Bengala e diede avvio alla graduale erosione dell’autorità dei nawab. Sebbene Murshidabad rimanesse la sede nominale dei nawab, il potere reale passò sempre più nelle mani degli inglesi. All’inizio degli anni ’70 del Settecento, l’autorità amministrativa britannica fu formalmente trasferita a Calcutta, grazie alla sua posizione strategica sul fiume Hooghly e al suo ruolo crescente come centro principale dell’India orientale. Di conseguenza, l’importanza politica ed economica di Murshidabad subì un ulteriore declino. Questo cambiamento ebbe significative conseguenze culturali: il mecenatismo di corte diminuì e molti pittori e artigiani di Murshidabad furono costretti ad abbandonare la città. Alcuni emigrarono verso altre corti reali, come Lucknow e Jaipur, mentre altri si trasferirono a Calcutta alla ricerca di nuovi mecenati e opportunità commerciali. Adattandosi a queste mutate condizioni e ai gusti dei mecenati britannici, gli artisti svilupparono gradualmente uno stile che rispondeva all’estetica europea, contribuendo alla nascita della “Company School” di pittura a Calcutta (Mildred Archer, “Company Drawings in the India Office Library”, 1972, p. 61). Ciò che è particolarmente degno di nota riguardo al presente lotto è che, nonostante il tentativo degli artisti di rispondere all’estetica europea, i dipinti raffigurano scene tratte dal «Ramayana» di Valmiki, l’antico poema epico indiano che narra il viaggio del principe Rama a Lanka per salvare sua moglie Sita dal re demone Ravana. Il «Ramayana» è un testo fondamentale per molti fedeli indù e le sue illustrazioni rivestono un grande significato culturale in tutto il subcontinente. Pertanto, questa serie non dovrebbe essere considerata come una mera produzione britannica destinata all’esportazione, ma piuttosto come una magistrale illustrazione di un testo fondamentale della cultura e della filosofia indù ad opera di artisti di Murshidabad. Altri dipinti correlati, attribuiti alla stessa scuola e allo stesso periodo, e che forse un tempo facevano parte della stessa serie, figurano nei lotti 349 e 350.
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