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FÉNELON (François de Salignac de La Mothe), 1651-1715. Lettera autografa “Fr. Ar. Duca di Cambray”, Cambrai, 29 luglio 1714. Importante lettera sulla ricezione della bolla Unigenitus e sulla crisi giansenista, indirizzata a padre Le Tellier, confessore di Luigi XIV (Cfr. Fénelon, Corrispondenza, a cura di Jean Orcibal, con la collaborazione di Jacques Le Brun e Irénée Noye, vol. XVI-XVII, Gli ultimi anni, 1712-1715, Ginevra, Droz, 1999; lettera a P. Le Tellier del 29 luglio 1714 riportata nella Tabella cronologica delle lettere n. 1877). Fénelon trasmette in via confidenziale al potente gesuita Michel Le Tellier, confessore del re, la risposta che ha appena inviato al cardinale di Rohan, uno dei principali artefici dell’accoglienza in Francia della costituzione Unigenitus. Promulgata da Clemente XI nel settembre 1713 su richiesta di Luigi XIV, essa condannava centouno proposizioni tratte dalle Réflexions morales di Pasquier Quesnel e aveva immediatamente diviso profondamente l’episcopato francese. Rohan aveva presieduto la commissione incaricata di prepararne l’accettazione da parte dell’assemblea dei vescovi. Fénelon difende qui con grande fermezza la piena e totale accettazione della decisione pontificia. Egli mette soprattutto in guardia contro qualsiasi «“accettazione relativa”», ovvero un’accettazione accompagnata da riserve o spiegazioni che ne subordinerebbero l’autorità al giudizio dei vescovi: lungi dal riportare i prelati refrattari all’unità, tale compromesso equivarrebbe, secondo lui, a «sminuire la Santa Sede e il corpo episcopale». Questa questione era proprio al centro dei negoziati del 1714, quando il cardinale de Noailles, arcivescovo di Parigi, e i suoi sostenitori cercavano una formula che consentisse di accettare la bolla subordinandola a determinate spiegazioni. Fénelon invoca a questo proposito il precedente della «pace di Clemente IX», l’accordo concluso nel 1668-1669 che aveva momentaneamente placato la prima crisi giansenista: «»Bisognerebbe essere davvero deboli e incorreggibili se l’esempio funesto dell’accordo in cui fu colto di sorpresa Clemente IX non servisse a correggere gli espedienti ambigui e capziosi.” Ai suoi occhi, le ambiguità che avevano reso possibile quella pace non dovevano assolutamente ripetersi. La lettera è tanto più interessante in quanto risale agli ultimi mesi di vita di Fénelon, che morirà a Cambrai nel gennaio 1715. Dopo aver subito egli stesso la condanna romana delle sue «Massime dei santi» nel 1699, l’arcivescovo di Cambrai si fa qui uno dei più determinati difensori dell’autorità pontificia e dell’accettazione dell’«Unigenitus». All’epoca si adoperava per riportare Noailles e i prelati refrattari all’obbedienza, arrivando persino a prendere in considerazione la convocazione di un concilio nazionale per porre fine alla resistenza. Preziosa testimonianza sulle trattative condotte ai vertici della Chiesa e della monarchia durante l’ultima grande crisi religiosa del regno di Luigi XIV: Fénelon corrisponde qui con due dei suoi principali protagonisti, Rohan e Le Tellier, e proclama che sarebbe pronto a dare la vita «per la sana dottrina e per la pace della Chiesa», rifiutando al contempo categoricamente gli «espedienti ambigui e capziosi» suscettibili di compromettere l’autorità della Santa Sede. Strappo in testa con perdita di testo molto limitata in quel punto. Con il suo antico certificato di esportazione di bene culturale rilasciato dal Ministero della Cultura. Si allega una lettera autografa dello stesso, indirizzata a C[ambrai], 1[er] giugno 1713, 2 pp. e 1/4 in-8, indirizzata al suo pronipote Gabriel-Jacques de Salignac de La Mothe-Fénelon (1688-1746), affettuosamente soprannominato «Fanfan». Appena ripresosi da una «fermentazione della bile» alleviata dal chinino, Fénelon rassicura affettuosamente il suo pronipote ed esorta quest’ultimo ad accettare con pazienza le prove della malattia. «D[io] lo farà a suo tempo e non secondo i nostri tempi. Oh, quanto il male sia utile per disilluderci e abituarci a rimanere umili e docili nella dipendenza da D[io]»». A queste riflessioni spirituali si mescolano preoccupazioni molto concrete: il denaro che offre al nipote di prendere senza cerimonie, l’educazione di un «bambinetto» di cui si occupa, alcune raccomandazioni per un processo e, soprattutto, la sollecitudine per una «brava malata» in procinto di partorire, molto probabilmente sua nipote, Madame de Chevry. Chiede inoltre al suo corrispondente di procurare delle raccomandazioni per Blondel, menziona l’abate di Beaumont che lo ha assistito con cura durante la sua malattia e affida a Fanfan alcuni messaggi per padre Lallemant. La lettera si conclude con una commovente dichiarazione d’affetto: «Buonasera, carissimo Fanfan; solo D[io] sa con quanta tenerezza ti amo nella vita e nella morte».
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