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Caro (Annibale), *Apologia de gli Academici di Banchi di Roma*, prima edizione, stampata su carta blu, collazione A-Z a-i4 k6 l-m4, vignetta incisa sul frontespizio, iniziali e decorazioni xilografiche, alcune tracce di ingiallimento e macchie, copertina in mezza pelle screziata del XVIII secolo su tavole decorative, lievi segni di tarlo sul dorso, in formato 4to (209 x 148 mm), Parma, Seth Viotto, 1558. *** Dono dell’autore al suo amico, lo scrittore Marco Antonio Piccolomini (1504-1579), con dedica di quest’ultimo sul frontespizio: «Di M. Anto Piccolomini & degli Amici mdlviii Dono dell’Autore». Inoltre, sul retro del risguardo anteriore è riportato un sonetto di Giacomo Marmitta, all’epoca inedito e scritto di proprio pugno da Piccolomini, dedicato al «Comendador Caro», insieme a note a margine in inchiostro di Piccolomini sui fogli F4v e k6v. Si tratta di una delle grandi controversie letterarie del Rinascimento, incentrata sul poema *Venite all’ombra de’ gran Gigli d’oro* («Venite all’ombra dei grandi gigli d’oro»), commissionato da Alessandro Farnese e composto da Caro in lode della monarchia francese. Il poema fu aspramente criticato dal filologo Ludovico Castelvetro (1505-1571). Caro rispose alle critiche di Castelvetro con la sua Apologia, che si conclude con una Corona di nove sonetti offensivi attraverso i quali Caro arriva ad accusare Castelvetro di aver ucciso Alberico Longo, il difensore di Caro in questa accesa disputa. È nota solo un’altra copia su carta blu, conservata presso la Biblioteca Palatina di Parma. Bibliografia: Adams C-739; Gamba 276.
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