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Intaglio romano in sardonica con aquila Periodo augusteo, circa 27 a.C.-14 d.C. Diametro 3,3 cm (1 1/4 pollici). Provenienza: Gawain McKinley, Londra, prima del 1986. Galerie Nefer, Zurigo, acquisito dal precedente proprietario, 17 ottobre 1986. Ricavato da un disco di sardonica striata di notevole spessore, questo intaglio raffigura la testa di un’aquila di profilo, con il becco adunco delineato con precisione e il piumaggio reso mediante sottili tratti sovrapposti. L’incisore ha sfruttato le striature della pietra in modo che la corona risalti chiara sullo sfondo più scuro. Sotto è raffigurato un fulmine, e l’insieme è racchiuso in una corona d’alloro con bacche gemelle, legata con nastri alla base. Il bordo è arrotondato e il retro è piatto e levigato, con piccole scheggiature ai margini. Queste scheggiature, insieme alle dimensioni della pietra, suggeriscono che un tempo fosse incastonata in una montatura metallica e fissata a un oggetto più grande, piuttosto che indossata al dito. Scegliendo di raffigurare solo la testa dell’aquila anziché l’uccello intero, l’incisore ha trasformato l’immagine in un emblema, compatto e immediatamente riconoscibile. Ogni elemento appartiene al vocabolario del potere romano. L’aquila era l’uccello di Giove Ottimo Massimo e portatrice della sua saetta. Plinio il Vecchio riferisce che Mario, durante il suo secondo consolato, ne fece l’unico stendardo delle legioni (Plinio, Storia Naturale 10.16). La saetta, arma di Giove, diede il nome alla Dodicesima Legione, la Fulminata. L’alloro apparteneva ad Apollo, il dio protettore di Augusto, e coronava ogni trionfo romano. Nel 27 a.C., gli stipiti della casa di Augusto furono pubblicamente adornati con ghirlande di alloro, un onore che egli stesso riportò nel proprio resoconto del regno (Res Gestae 34). Si diceva che, al suo funerale nel 14 d.C., un’aquila liberata dalla pira portasse il suo spirito in cielo (Dio Cassio 56.42). Nel loro insieme, questi elementi collocano la pietra all’interno del linguaggio simbolico che Augusto stabilì a partire dal 27 a.C. Gli aurei coniati quell’anno raffigurano un’aquila con le ali spiegate, in piedi su una corona di quercia con due rami di alloro alle spalle. Lo stesso momento è commemorato nel grande cammeo dell’aquila conservato a Vienna, un onice a due strati del diametro di 22 cm. Qui l’aquila di Giove regge la corona di quercia e la palma della vittoria, richiamando gli onori che il Senato conferì a Ottaviano il 16 gennaio del 27 a.C., tra cui il nome di Augusto. Sulla Gemma Augustea, capolavoro della bottega imperiale dei cammei, l’aquila di Giove si erge ai piedi dell’imperatore. Il sigillo personale di Augusto fu intagliato da Dioskourides (Svetonio, Augusto 50). La stessa sardonica era simbolo del prestigio romano: Plinio indica Scipione l’Africano come il primo romano a indossarla (Plinio, Storia Naturale 37.85), e essa rimase la pietra tradizionale del sigillo romano. Agli occhi di un americano, la testa chiara sopra il collo più scuro richiama immediatamente l’aquila calva del Gran Sigillo degli Stati Uniti, adottato nel 1782, circa diciotto secoli dopo che questa pietra fu intagliata. Per esempi correlati, si veda il cammeo con aquila, Kunsthistorisches Museum, Vienna, n. inv. IX A 26 (W. Seipel, A Brief Guide to the Kunsthistorisches Museum, vol. 4: Masterpieces in the Collection of Greek and Roman Antiquities, Vienna, 2006, p. 174, n. 74); e l’aureo di Augusto, British Museum, n. inv. 1898,0803.4 (Roman Imperial Coinage, vol. I, n. 277). Cfr. anche P. Zanker, The Power of Images in the Age of Augustus, Ann Arbor, 1988.
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