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Testa romana in argento raffigurante una divinità barbuta Circa II secolo d.C. Altezza 12 cm (4 3/4 pollici). Proveniente da una collezione del Pacifico nord-occidentale Altezza con supporto: 20,2 cm (8 pollici). Provenienza: Ward Gallery, New York; dove è stata acquistata dall’attuale proprietario il 3 aprile 1997. Testa di una divinità maschile matura, realizzata in lamiera d’argento martellata. Ciocche ondulate, con la riga centrale, incorniciano il volto e ricadono sulla nuca in riccioli leggermente più piatti, forse un indizio del fatto che questo ritratto fosse stato concepito per essere osservato sia di fronte che di tre quarti. Un robusto baffo scende verso una barba folta e a strati, caratterizzata da abbondanti incisioni. Gli occhi dalle palpebre pesanti, con iridi incise e pupille modellate in modo plastico, conferiscono uno sguardo intenso ma benevolo e sono incassati profondamente sotto l’arcata sopracciliare e le sopracciglia leggermente incise. Il collo presenta una cesura irregolare e il modo in cui si allarga verso l’esterno potrebbe indicare che la testa fosse un tempo incorporata (forse tramite inserimento) in una composizione a figura intera, probabilmente drappeggiata. Determinare l’identità dell’attuale divinità barbuta è una sfida, in assenza di attributi e di ulteriori indizi sulla sua posa originaria. Allo stesso modo, la mutevolezza con cui gli artisti romani utilizzavano la figura del «dio-padre» non è particolarmente illuminante. Due divinità sembrano le più probabili: Giove (Zeus romanizzato, vertice del pantheon olimpico) e Asclepio, il dio della guarigione che rimase molto popolare sin dalla sua introduzione alla fine del V secolo a.C. Entrambi potevano essere raffigurati seduti o in piedi, ed erano tipicamente avvolti in himation adeguatamente dignitosi. Sebbene siano sempre raffigurati con una barba folta, mancano in particolare della barba biforcuta elaborata e del copricapo che caratterizzavano Serapide, e non condividono nulla della fluidità e della selvaticità tipiche di Poseidone e di altri dei acquatici. L’altezza conservata della testa suggerisce che la statuetta a grandezza naturale a cui un tempo apparteneva avrebbe avuto dimensioni eccezionali, eguagliate solo dalle opere in argento più famose giunte dall’antichità. Tra queste figurano la statuetta di Mercurio del Tesoro di Berthouville (Parigi, Cabinet des médailles, n. inv. 56.1; cfr. K. Lapatin, a cura di, The Berthouville Silver Treasure and Roman Luxury, Los Angeles, 2014, pp. 18–21) e lo spettacolare busto di Lucio Vero del Tesoro di Marengo (Torino, Museo di Antichità). Altre notevoli statuette di divinità in bronzo sono rilevanti per la presente testa, imponenti per dimensioni e qualità dell’esecuzione. La maggior parte è stata rinvenuta in contesti sacri nelle province galliche di Roma, tra cui la cosiddetta «Minerva di Dinéault» (Rennes, Musée de Bretagne, n. inv. 972.0059.1; cfr. A. Kaufmann-Heinimann, “Function and Use of Roman Medium-Sized Statuettes in the Northwestern Provinces”, in *Artistry in Bronze*, Los Angeles, 2017). La maggior parte di queste statuette votive è stata rinvenuta in condizioni frammentarie (cfr. M. Witteyer, *Göttlicher Baugrund*, Magonza, 2003), e si può immaginare che l’elevato costo delle materie prime utilizzate abbia fatto sì che altre ancora fossero fuse nell’antichità. Per un esempio simile di divinità barbuta di queste dimensioni, databile alla metà del II secolo d.C. e rinvenuta nel recinto del tempio di Dalheim, si veda il cosiddetto «Giove di Dalheim», Parigi, Musée du Louvre, n. inv. MNC 1018 (Br 36).
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