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86 - Haji Widayat (indonesiano, 1919-2002)

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Haji Widayat (indonesiano, 1919-2002) “L’arca di Noè”, firmata e datata “Widayat/70” (in basso a destra); titolata e firmata nuovamente (sul telaio), olio e tecnica mista su tela, 100,5x150 cm, Provenienza: Collezione di Jan Filius, Rotterdam, da cui è passata per successione all’attuale proprietario.Jan Filius (20 febbraio 1924–27 agosto 1988) è stato un giornalista e addetto alle pubbliche relazioni olandese legato all’Esercito della Salvezza e alle organizzazioni missionarie protestanti. Ha collaborato con *De Strijdkreet*, la rivista dell’Esercito della Salvezza, per la quale ha condotto interviste, oltre ad altri contributi. Nel 1974, la rivista pubblicò la sua intervista al ministro olandese Jan Pronk sulla cooperazione allo sviluppo. Filius ricoprì anche il ruolo di addetto stampa per il Consiglio Missionario della Chiesa Riformata dei Paesi Bassi. Ha collaborato con testate quali *Vandaar* e *Werelddiakonaat* e ha svolto un ruolo importante nella promozione delle campagne nazionali di raccolta fondi *Kom over de Brug* del 1968 e del 1972, a sostegno di progetti nei paesi in via di sviluppo.Secondo la sua famiglia, Filius si recò in Indonesia in diverse occasioni per motivi di lavoro negli anni ’60 e nei primi anni ’70. Il suo legame con il Paese si riflette anche nella descrizione di un archivio fotografico giornalistico contenente 34 fotografie a lui attribuite, che ritraggono la vita quotidiana in Indonesia. Tra i suoi beni figurava il dipinto di Widayat intitolato “L’Arca di Noè”, datato 1970. Secondo il suo erede, il dipinto si trovava probabilmente nella casa di famiglia già intorno al 1975, o forse anche prima, e successivamente gli è stato trasmesso per eredità. L’Arca di Noè è uno dei soggetti preferiti di Widayat. Dopo il diluvio, un’imbarcazione gigantesca galleggia su acque calme. L’arcobaleno rafforza il legame tra Dio/Allah e l’umanità. All’interno dell’arca è stata salvata la fauna del mondo. Gli animali stanno in coppia, fianco a fianco. Elefanti, cammelli, tigri, giraffe, cavalli, scimmie e uccelli sono pronti a lasciare l’arca. Un sole splendente colora il cielo e l’acqua.In gioventù Widayat visse diversi anni nella foresta di Sumatra. Vi si recò da Giava nel 1939 per diventare geometra, occupandosi di misurare le dimensioni delle piantagioni di gomma al servizio dell’ex governo coloniale olandese. Gli anni trascorsi nella giungla (1939-1942) lasciarono in lui un’impronta profonda e duratura. Il rapporto tra uomo, animale e natura può essere considerato un tema ricorrente in tutta l’opera artistica di Widayat. Nel corso della sua lunga e prolifica vita, il tema principale dell’artista è stato l’immaginario di un paradiso tropicale (flora e fauna). Le sue numerose variazioni su questo tema hanno incantato il pubblico nazionale e internazionale. Paesaggi sereni mostrano un mondo senza tempo fatto di animali, alberi, cespugli e fiori, in cui l’essere umano riveste un ruolo molto marginale. I singoli elementi della composizione sono dipinti in modo statico. Il movimento non è generato dai soggetti stessi, ma dal ritmo con cui la composizione prende forma. Questo ritmo marcato è accentuato dalla ripetizione di alcune forme di base. Tali forme non sono copiate dalla natura, ma si fondano su una lunga osservazione del mondo naturale e vengono poi semplificate in forme essenziali. Widayat definiva questo processo “deformazione” (deformasi).Da bambino, Widayat è cresciuto circondato dalla ricca cultura della Java centrale. Sua madre, Ibu Djumi, era ben nota per i suoi raffinati e squisiti tessuti batik. Il linguaggio astratto e simbolico del batik giavanese e di altre arti artigianali è stato un’importante fonte di ispirazione per il linguaggio visivo di Widayat. Oltre alla preferenza per le forme semplificate, ciò risulta evidente anche dall’uso di colori tenui e scuri: blu intenso, marrone, ocra e verde. Negli anni Cinquanta e Sessanta diversi artisti indonesiani (soprattutto di Bandung) si recarono in Occidente (Stati Uniti ed Europa) per studiare presso le accademie d’arte. Al contrario, Widayat, che era diventato docente presso l’Accademia d’arte di Yogyakarta (1950), si recò in Giappone (Nagoya). Dal 1960 al 1962 studiò ceramica, grafica, architettura del paesaggio e ikebana. Questi due anni in Giappone ampliarono i suoi orizzonti. Apprezzava l’estetica raffinata dell’arte giapponese. Dopo il ritorno in patria, Widayat divenne capo del dipartimento di decorazione e design dell’Accademia di Yogyakarta (Akademi Seni Rupa Indonesia). Come docente (1950-1988), Widayat formò diverse generazioni di studenti. Alcuni di loro oggi figurano ai vertici del mondo dell’arte contemporanea indonesiana. Fortunatamente l’artista ha prodotto, oltre al suo ruolo di insegnante d’arte, una vasta produzione di dipinti, disegni e opere grafiche di alta qualità.Nel mondo dell’arte indonesiana i critici citano sempre i «Tre Pionieri» della pittura moderna indonesiana: Affandi, Hendra e Sudjojono. L’opera di questi pittori era legata al movimento nazionalista contro il governo olandese. Il contenuto delle loro opere era realistico, emotivo ed espressivo. Recentemente è stato suggerito di includere l’artista Widayat come «quarto pioniere» dell’arte moderna indonesiana. La sua arte unica, «magico-decorativa», merita certamente quel posto nella storia dell’arte indonesiana. Dott.ssa Helena Spanjaard Storica dell’arte Publica

Testo tradotto da DeepL.
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Maestri antichi, arte del XIX secolo e arte moderna delle origini – Parte I
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