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Scuola catalana: fine del XV secolo – inizio del XVI secolo. “Il miracolo di San Biagio”. Tempera, olio e doratura su tavola. Il retro è stato rinforzato. Dimensioni: 55 x 52 cm; 62 x 59 cm (con cornice). Provenienza: lascito di Ramon Martí Alsina e Ricard Martí Aguiló. Collezione artistica e patrimoniale che trae origine dall’eredità dei pittori catalani Ramon Martí Alsina (1826–1894), figura di spicco del realismo catalano del XIX secolo, e di suo figlio Ricard Martí Aguiló (1857–1935). Trasmessa e arricchita nel corso delle generazioni successive, la collezione riunisce opere provenienti dai fondi originali di entrambi gli artisti insieme ad acquisizioni effettuate dai loro discendenti. Impegnati a preservare e a recuperare l’eredità di famiglia, i discendenti hanno attivamente riacquistato le opere dei pittori man mano che queste entravano sul mercato, ampliando progressivamente la collezione fino a includere dipinti, sculture, reperti archeologici e altri oggetti di rilevanza artistica e storica. Quest’opera costituiva probabilmente uno dei pannelli laterali di una pala d’altare dedicata a San Biagio di Sebaste, vescovo e martire. La figura del santo occupa il centro della composizione ed è raffigurata mentre indossa i paramenti liturgici propri della sua dignità episcopale: un pluviale e una mitra. Porta un pastorale e tiene in mano un libro aperto, rivolto verso lo spettatore, sulle cui pagine è ancora leggibile il nome del santo — un dettaglio che aiuta a identificare la figura centrale della scena. San Biagio appare seduto su una grande macina che, miracolosamente, galleggia sulla superficie di un piccolo stagno. Davanti a lui si trovano due cavalieri, uno dei quali esprime il proprio stupore per il miracolo con un gesto espressivo di sorpresa. Questa figura indossa una tunica verde corta, sotto la quale sono visibili le maniche interne in broccato, insieme a calze rosse e un cappello a tesa corta dello stesso colore. La ricchezza dei tessuti e la combinazione cromatica del suo abbigliamento suggeriscono un elevato status sociale. Allo stesso modo, le caratteristiche formali di questi indumenti forniscono un indizio significativo per datare il dipinto tra la fine del XV secolo e l’inizio del XVI secolo. Dietro le figure in primo piano si dispiega un vasto paesaggio panoramico che attira lo sguardo dello spettatore verso un boschetto e una città fortificata, le cui mura sono coronate da torri e merli. Sullo sfondo, un cielo dall’aspetto naturalistico completa la composizione e contribuisce a creare un maggiore senso di profondità spaziale. Questo interesse per la rappresentazione paesaggistica, così come per l’articolazione dei diversi piani e l’osservazione degli elementi naturali e architettonici, costituisce una delle caratteristiche più significative del rinnovamento pittorico vissuto dall’arte catalana nel corso del XV secolo. Queste innovazioni sono legate all’influenza del cosiddetto «Nuovo Realismo fiammingo», un movimento artistico rappresentato da maestri quali Jan van Eyck, Robert Campin e Rogier van der Weyden, i cui contributi trasformarono profondamente la pittura europea dell’epoca. La meticolosità della rappresentazione, l’attenzione alle qualità materiche e la costruzione di spazi dotati di un realismo sempre maggiore contribuirono a plasmare un linguaggio pittorico che, per la sua portata e il suo significato, è stato talvolta equiparato allo sviluppo del Rinascimento italiano, al punto da essere considerato una sorta di «Rinascimento del Nord».L’accoglienza riservata a questi modelli nei territori spagnoli, e in particolare in Catalogna, non comportò tuttavia un’adozione letterale delle innovazioni fiamminghe, bensì il loro adattamento alle tradizioni tecniche ed estetiche locali, nonché alle circostanze sociali, economiche e religiose dell’epoca. Questa tavola testimonia proprio tale convergenza di linguaggi artistici. Dipinto principalmente a tempera, con alcuni ritocchi a olio, conserva tecniche caratteristiche della tradizione gotica, incorporando al contempo soluzioni volte a esaltare il naturalismo e la ricchezza visiva della rappresentazione. A contribuire a questa sensazione di sontuosità sono i dettagli dorati realizzati con la tecnica dell’“embutido” o “embotit”, un processo che prevede l’applicazione di foglia d’oro su rilievi precedentemente modellati in gesso. Questa tecnica crea effetti di volume e rilievo, particolarmente visibili negli elementi dell’abbigliamento e nell’iconografia episcopale, quali il pastorale, la mitra e l’aureola del santo. La doratura non ha solo una funzione ornamentale, ma contribuisce anche a sottolineare la sacra dignità della figura e a intensificare il carattere solenne dell’immagine, in linea con i valori estetici e devozionali della pittura gotica. Nel frattempo, il retro del pannello reca tracce della sua storia materiale e degli interventi a cui è stato sottoposto. Accanto a diverse traverse di legno risalenti a un restauro moderno, sono ancora visibili resti del cosiddetto «endrapat gotico», una tecnica in cui strisce di tessuto di lino venivano incollate alle giunture tra le assi che formavano il supporto. Questo processo, effettuato durante la preparazione della tavola, era inteso
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