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Filippo Pedrini (italiano, 1763-1856) L’espulsione di Adamo ed Eva dal Paradiso (recto), Studi di figure (verso) penna, inchiostro e acquerello (recto); gesso, penna e inchiostro (verso), con filigrana: scudo araldico con la scritta «PG» in basso. Senza cornice: 28,2 x 22,4 cm. (11 1/8 x 8 7/8 pollici) Probabilmente Charles-François-Joseph Libert de Beaumon (1741-1812) (Lugt 1679, 1703) Collezione privata, Regno Unito. Filippo Pedrini studiò inizialmente sotto la guida del padre, Domenico, contemporaneo e seguace di Ubaldo Gandolfi. All’età di 15 anni Filippo si iscrisse all’Accademia Clementina, dove studiò sotto la guida di Ubaldo e Gaetano Gandolfi. Il suo talento precoce gli valse numerosi premi per l’eccellenza e, a soli 27 anni, fu nominato professore. Filippo sarebbe emerso come uno degli artisti di maggior successo nella Bologna della fine del XVIII secolo, portando la tradizione barocca bolognese nel XIX secolo. Nel 1821 fu eletto membro dell’Accademia Pontificia di Roma e, in linea con lo spirito del tempo, nella seconda parte della sua carriera si orientò verso uno stile neoclassico più marcato. Come molti artisti prima di lui, tra cui il suo connazionale Francesco Albani, Filippo modellò la sua composizione sull’«Espulsione dal Paradiso» di Raffaello nella volta della Loggia Vaticana. Le sue figure si muovono dinamicamente lungo una ripida diagonale che attraversa il piano dell’immagine. Brandendo una spada fiammeggiante, l’angelo scaccia Adamo ed Eva dal Giardino dell’Eden; mentre Eva cerca di coprire la propria nudità, Adamo china il capo per la vergogna. Inevitabilmente, i disegni a penna e acquerello di Filippo mostrano chiare affinità con lo stile del suo maestro, Ubaldo Gandolfi, un fattore che ha spesso causato difficoltà nell’attribuzione. Pur conservando una serie di caratteristiche stilistiche chiaramente derivate da Ubaldo, Filippo adottò uno stile più sciolto e fluido, con il risultato che i suoi disegni risultano più leggeri ed eseguiti con linee di contorno sottili e deliberate, che variano leggermente di spessore. (si vedano, ad esempio: «Allegoria della Fama» (Modena, Galleria Estense 1090), «Allegoria della Vittoria» (ex Collezione Ralph Holland) e «Allegoria della Vittoria» (Milano, Museo Poldi-Pezzoli 4956)). Quando lavora rapidamente, come nel caso del presente disegno, la ripetizione dei contorni mentre la penna sembra muoversi attorno agli arti conferisce alle sue figure un palpabile senso di movimento. Filippo utilizzava le sue formule distintive per i tratti facciali e anatomici: nasi triangolari e appuntiti, insieme a una rappresentazione altamente stilizzata di mani e piedi. I contorni raffinati descrivono delicatamente le ali, la vegetazione – comprese le foglie di fico – e i corpi. Sebbene la modellazione interna sia volutamente minimale, i tratti di penna sono guidati dalla sua solida base anatomica. Ciò è magistralmente dimostrato nelle gambe muscolose di Adamo e nella linea ondulata e brusca che ne delinea la clavicola. La rappresentazione piuttosto singolare che Filippo dà del seno funge da vera e propria «firma». Come Ubaldo Gandolfi, Filippo definisce le ombre profonde con passaggi di acquerello denso. Nel complesso, tuttavia, è molto più parsimonioso nell’uso dell’inchiostro. Spesso alcune aree della carta vengono lasciate scoperte, consentendo alla carta stessa di fornire le luci. Questa netta e chiara distinzione tra luce e ombra conferisce ai suoi disegni una qualità quasi luminosa.
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