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JEAN TINGUELY (Svizzera, 1925–1991). Senza titolo, 1991, dalla serie “Olympic Suite”. Litografia su carta Arches Vélin da 270 grammi, tiratura n. 68/250. Firmata sulla lastra e numerata a mano. Quest’opera fa parte della “Olympic Centennial Suite”. Dimensioni: 90 x 63 cm. La “Olympic Suite” è composta da 50 litografie e serigrafie selezionate per rappresentare varie correnti artistiche contemporanee. È stata pubblicata per commemorare il primo centenario del movimento olimpico moderno. Gli artisti selezionati operano in una vasta gamma di correnti e stili, che spaziano dall’iperrealismo di Antonio López all’astrazione di Sol Lewitt, passando per l’Espressionismo Astratto, l’arte geometrica di Arden Quin, l’Arte Concettuale, la Pop Art, il Nuovo Realismo di Baldaccini e Rotella e il Nuovo Fauvismo di Dokoupil, tra gli altri. Tra gli artisti rappresentati figurano creatori di grande fama internazionale, ampiamente riconosciuti dalla critica. Il pittore e scultore Jean Tinguely è stato, per oltre trent’anni, una figura chiave del movimento d’avanguardia europeo. L’arte cinetica è un movimento basato sull’estetica del movimento. Si è espressa attraverso la scultura, un mezzo in cui gli elementi distintivi sono le componenti mobili delle opere. Il suo scopo è quello di offrire allo spettatore uno spettacolo di movimento — o, quantomeno, l’illusione di esso. Le opere cinetiche di Jean Tinguely sono state create per essere distrutte o per autodistruggersi, il tutto nel tentativo di mettere alla berlina la sovrapproduzione di beni privi di significato fabbricati dalla società industriale avanzata. Dopo essersi cimentato nella pittura astratta, l’artista svizzero sperimentò il movimento come forma di espressione. Le sue prime opere, esposte a Parigi, erano azionate da motori elettrici. Questi pezzi monumentali raffiguravano un universo ironico di macchine inutili che, a quanto pareva, erano in fase di produzione. Egli applicò il termine «metameccanica» per riferirsi alle sue creazioni. «L’idea è quella di mostrare che un’opera d’arte non è mai un oggetto definitivo, ma piuttosto che le sue capacità creative sono, in realtà, le potenzialità conferitele sia dall’artista che dagli spettatori».
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