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Lettera autografa firmata da Erich Raeder da Norimberga sulla detenzione e il “rapimento” di sua moglie da parte dei sovietici Lettera autografa in tedesco, firmata “Erich Raeder”, cinque pagine su tre fogli, 8 x 10,5, 12 gennaio 1947. Lettera manoscritta indirizzata al “Maggiore Teich, Comandante della prigione militare statunitense di Norimberga”. Raeder riferisce che l’11 gennaio 1947 ricevette notizia dalla cognata che sua moglie Erika era scomparsa da Luckenwalde/Mark, Castello 23, dove era stata tenuta in custodia dai russi. Chiede che vengano intraprese le opportune misure tramite il Comandante in Capo del Teatro Operativo statunitense in Germania, per il tramite dell’Ambasciatore degli Stati Uniti a Mosca, al fine di ottenere il suo immediato rilascio dal Commissariato Interno locale. Espone poi, in dettaglio, l’intera storia del calvario di sua moglie: lui fu fatto prigioniero di guerra e portato a Mosca il 7 luglio 1945, e sua moglie lo accompagnò volontariamente per assisterlo durante la malattia; il loro appartamento di Potsdam fu saccheggiato dalle forze sovietiche sia prima che dopo la sua partenza; vissero insieme a Mosca in condizioni accettabili da luglio a ottobre 1945, con la garanzia che lei «non fosse considerata una criminale di guerra»; fu poi improvvisamente trasferito a Norimberga mentre lei veniva rilasciata dal Commissariato ma, invece di poter tornare a Potsdam, fu condotta da un certo colonnello Pilmanoff a Luckenwalde e tenuta in isolamento nel Castello 23 per mesi, senza contatti sociali, né medico né dentista, cibo scadente che le causava fame e perdita di peso, e corrispondenza consentita solo raramente. Egli descrive un breve miglioramento dopo una visita di Pilmanoff nell’agosto 1946 (programmata in modo da coincidere con il permesso concesso ad altre mogli di Norimberga di visitare i propri mariti), seguita da una lettera che sua moglie fu costretta a scrivere secondo le condizioni imposte dai russi e che non gli giunse mai, e da un ulteriore peggioramento dopo che le visite furono sospese il 30 settembre 1946. Raeder ipotizza le motivazioni dei sovietici, forse per nascondere la notizia della casa saccheggiata a Potsdam, o come ritorsione per i suoi tentativi di contattare le autorità militari americane a nome di sua moglie, e afferma chiaramente che sua moglie non ha mai fatto parte del Partito nazista né di alcuna organizzazione e si è recata a Potsdam volontariamente. Conclude esprimendo timore per la sua salute ormai compromessa in seguito al suo “rapimento” a metà dicembre 1946, e implora che vengano intraprese misure urgenti ed energiche, offrendosi di fornire ulteriori informazioni in qualsiasi momento. In ottime condizioni.
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