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Georges Rouault (francese, 1871-1958) Arlecchino (armonia rosa), 1948-1952 circa Tela. Timbro dell’atelier sul retro della tela. Altezza 40,7 Larghezza 31,8 cm. Cornice rosa. Provenienza: collezione privata, Arcachon. Georges Rouault. Un dipinto raffigurante Arlecchino. Tela, ca. 1948-1952. Avviso di inclusione nel catalogo completo delle opere di Georges Rouault, a cura di Jean-Yves Rouault, presidente della Fondazione Rouault, in data 5 dicembre 2013. Art Loss Register, Londra, 8 aprile 2024, n. S00243384. Bibliografia: Olivier Nouaille e Olivier Rouault, *Rouault l'oeuvre peint*, Parigi, Fondazione Georges Rouault, 2021, riprodotto a pag. 299 al n. 4427-3185. Realizzato da Georges Rouault nella fase finale della sua produzione, tra il 1948 e il 1952, Arlecchino (armonia rosa) va considerato come una sintesi delle riflessioni dell’artista, che riprende un tema a lui caro ammorbidendone il linguaggio estetico. GLI ULTIMI ARLEQUINI DI ROUAULT Pittore inclassificabile, non appartenente ad alcun movimento, Rouault propone la sua realtà senza trasporre la verità, preferendo «voltare le spalle alla natura», come ricorda André Suarès. In questo senso si distingue dai suoi predecessori del XIX secolo, quali Honoré Daumier, Edgar Degas o Henri de Toulouse-Lautrec, che si sono distinti nelle rappresentazioni circensi. Con la sua inquadratura ristretta, che lascia intravedere solo la parte superiore del busto di Arlecchino, quest’opera si inserisce nel corpus delle tele realizzate a cavallo tra gli anni ’40 e ’50 (cfr. Olivier Nouaille e Olivier Rouault, op. cit., p. 299). L’artista gioca sulle variazioni nella rappresentazione delle emozioni. Qui meditativo con un sorriso appena accennato, Arlecchino può anche essere profondamente gioioso, come nel quadro del 1947 (riprodotto in Pierre Courthion, Georges Rouault, Parigi, Flammarion, 1962, p. 281). Non trasmette una «tristezza infinita», al contrario delle tele dell’inizio del XX secolo, ma condivide la serenità del suo autore. Arlecchino (armonia rosa) rivela un addolcimento delle tonalità del pittore e predilige una materia densa. Esso prefigura i dipinti del crepuscolo della carriera di Rouault, in cui il confine tra pittura e scultura tende ad assottigliarsi. Georges Rouault lavora instancabilmente sulla rappresentazione dei personaggi del circo e della Commedia dell’arte fin dagli anni 1902-1903. Questo quadro è uno degli ultimi tasselli della sua ricerca sull’Arlecchino, dopo le numerose rappresentazioni, in particolare in *Divertissement*, pubblicato nel 1943. «Ho capito chiaramente che il “Pitre” ero io, eravamo noi, quasi tutti noi», scrive Georges Rouault allo scrittore e filosofo Edouard Schuré nel 1905. Questi personaggi burleschi offrono all’artista uno spunto di riflessione sui suoi contemporanei, sul mondo che lo circonda e sulla propria esistenza. «Non cerca semplicemente un modo per tradurre preoccupazioni plastiche o formali sul colore e sul movimento, ma ben più la possibilità di esprimere tutta la vita che può nascondersi dietro il trucco, la cipria, i lustrini » (Danielle Molinari, Georges Rouault, catalogo ragionato, Parigi, Musée d’Art Moderne de la ville de Paris, 1983, p. 31). Arlecchino è quindi il veicolo di un’introspezione. Brice Langlois
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