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Veduta del Campo Vaccino olio su tela (117x154 cm) in cornice dorata Provenienza Siegfried Sassoon di Heytesbury House, Wiltshire Successivamente per eredità, Heytesbury Collezione privata, Stati Uniti Hall & Knight (USA) LTD Sotheby's, Londra, 16 dicembre 1999, lotto 83 Bibliografia Ralph Toledano, Antonio Joli, Artemisia, 2006, scheda e tav. R.I.3, p. 129 Mario Manzelli, Antonio Joli, opera pittorica, 1999, scheda R. 25, p. 94, tav. XXX La nostra superba tela raffigura una delle vedute più caratteristiche di quello che un tempo era conosciuto come il Campo Vaccino, ovvero una parte del Foro Romano. Da destra a sinistra si possono individuare i seguenti punti di riferimento: le colonne del Tempio di Saturno; le tre colonne del Tempio di Castore e Polluce; l’ex chiesa di Santa Maria Liberatrice (ricostruita all’inizio del XVII secolo e successivamente demolita alla fine del XIX secolo); il Palatino con i Giardini Farnese, realizzati da papa Paolo III; l’Arco di Tito; il Colosseo; la Basilica di Massenzio; il Tempio di Antonino e Faustina; e, all’estrema sinistra, una parte dell’Arco di Settimio Severo. La veduta del Campo Vaccino era uno dei soggetti ricorrenti del pittore modenese Joli, a testimonianza del suo grande successo tra i collezionisti italiani e stranieri. Allievo di Gian Paolo Panini, dal quale ereditò la maestria nel genere della veduta, Joli sviluppò uno stile altamente distintivo e immediatamente riconoscibile, che univa la sensibilità rigorosa dei vedutisti alla grandiosità teatrale della famiglia Bibiena. Qui la veduta si fonde con la pittura di genere, mentre l’elegante carrozza che domina il centro della composizione attraversa una scena popolata da figure provenienti da ceti sociali più umili. Il fascino esercitato dalle rovine, ancora in gran parte non riportate alla luce nel Campo Vaccino, alimentava l’immaginazione e la sensibilità poetica degli intellettuali colti e, soprattutto, degli aristocratici stranieri, in un momento unico della storia occidentale in cui le rovine romane (e greche) cominciarono ad essere percepite come soggetti a sé stanti, dotati di un notevole potenziale educativo. Roma divenne così un centro unico per la creazione di insolite combinazioni di temi e motivi, in parte immaginari e in parte corrispondenti alla topografia effettiva della città, come nell’opera in questione. Che fossero inventate o storicamente accurate, le rovine rimanevano comunque le vere protagoniste di questo nuovo genere pittorico, in cui la presenza umana diventava insignificante o meramente decorativa, servendo a indicare le proporzioni e a trasmettere un senso di vita nella solitudine di un mondo un tempo glorioso e ormai perduto. IT "Veduta del Campo Vaccino" olio su tela (cm 117x154) in cornice dorata Provenienza Siegfried Sassoon di Heytesbury House, Wiltshire Successivamente per eredità, Heytesbury Collezione privata, Stati Uniti Hall & Knight (USA) LTD Sotheby's, Londra, 16 dicembre 1999, Lotto 83 Bibliografia Ralph Toledano, Antonio Joli, Artemisia, 2006, scheda e tav. R.I.3, p. 129 Mario Manzelli, Antonio Joli, opera pittorica, 1999, scheda R. 25, p. 94, tav. XXX La nostra superba tela rappresenta una delle vedute più caratteristiche di quello che nell’antichità era chiamato Campo Vaccino, ovvero una parte del Foro Romano. Sono riconoscibili, da destra a sinistra, le colonne del Tempio di Saturno, le tre colonne del Tempio di Castore e Polluce, l’antica chiesa di Santa Maria Liberatrice (ricostruita all’inizio del Seicento e poi distrutta alla fine dell’Ottocento), il colle del Palatino con i Giardini Farnese creati da papa Paolo III, l’Arco di Tito, il Colosseo, la Basilica di Massenzio, il Tempio di Antonino e Faustina e, all’estrema sinistra, parte dell’Arco di Settimio Severo. La veduta del Campo Vaccino fu uno dei cavalli di battaglia del modenese Joli, segno del grande successo riscosso presso collezionisti italiani e stranieri. Debitore del suo maestro Gian Paolo Panini nella maestria del genere vedutistico, Joli creò uno stile tutto suo e immediatamente riconoscibile, basato sulla fusione tra la sensibilità rigorosa dei vedutisti e la grandiosità teatrale dei Bibiena. In questo caso, la veduta si fonde con la scena di genere, grazie a quella carrozza nobiliare che si impone al centro dell’immagine e che attraversa realtà più popolari. Il fascino delle rovine, non ancora riportate alla luce come nel Campo Vaccino, alimentava i desideri e la poesia di colti intellettuali e nobili, soprattutto stranieri, in un momento unico della storia occidentale in cui la rovina romana (o greca) era percepita come soggetto autonomo dal forte potenziale educativo. Roma si stava evidentemente trasformando in un centro unico di temi e composizioni particolari, in parte immaginari e in parte corrispondenti alla realtà topografica della città, come nel nostro caso. Che fosse frutto di fantasia o storica, la rovina rimaneva comunque la vera protagonista del nuovo genere pittorico, in cui la presenza umana diventava insignificante o semplicemente decorativa, utile per indicare la scala e diffondere un’idea di vita nella solitudine di un mondo glorioso ormai lontano.
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