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Attribuito a Paolo VERONESE (Verona, 1528 - Venezia, 1588). Il giovane falconiere. Pannello in larice. Altezza: 216 cm. Larghezza: 115 cm. Restauzioni antiche. La nostra grande tavola, mai pubblicata prima, fungeva da porta in una villa della campagna veneziana, come pendant o in coppia con quella della Fondazione Bemberg a Tolosa (fig. 1), che raffigura anch’essa un falconiere, più anziano, con il suo cane [1]. I due protagonisti sono in movimento, mentre scendono un gradino. Spuntano sulla soglia di una porta socchiusa, creando un effetto di sorpresa accentuato dalla prospettiva e dalle loro dimensioni a grandezza naturale. Gli esempi più famosi di finte porte in trompe-l’œil sono stati realizzati da Veronese nella Villa Barbaro a Maser (1561), costruita dall’architetto Andrea Palladio. La decorazione ad affresco ideata dall’artista e dai proprietari, i fratelli Barbaro, in particolare Daniele, dispiega in tutte le stanze un ricco programma iconografico. Nella Sala dell’Olimpo, sotto un soffitto che raffigura la volta celeste, le pareti sono scandite da elementi architettonici e nicchie con statue finte, oltre che da finte finestre affiancate a vere aperture, dove i paesaggi dipinti danno l’impressione di trovarsi all’aria aperta. Si sviluppa così un intero gioco manierista di illusioni spaziali, con l’aggiunta di personaggi, statue, animali o oggetti in primo piano o sullo sfondo di una porta, di una colonna o di una balaustra. Fin dall’ingresso, nel vestibolo a forma di croce, una fanciulla sporge la testa da una porta (ill. 2), e un giovane paggio sbuca come se ci fosse un’altra stanza dietro. Altre figure scandiscono le pareti interne, coppie di musicisti fiancheggiano le porte (reali o in trompe-l’œil), e le nicchie diventano veri e propri teatri all’interno dei quali si animano santi o allegorie. Infine, un giovane gentiluomo di ritorno dalla caccia (forse un autoritratto o quello del proprietario, fig. 3) è raffigurato davanti a una cornice di porta, con i suoi due cani, mentre impugna un'alabarda. Questa figura, situata all’estremità della fila di dipinti, è visibile dalla Sala dell’Olimpo. Il nostro dipinto segue lo stesso principio illusionistico con l’analogo scopo di animare una grande sala, probabilmente in un’altra villa [2], e in un’epoca leggermente successiva, verso il 1570. All’inizio del XVI secolo, l’espansione del commercio marittimo spinge la nuova aristocrazia veneziana a interessarsi alle vaste tenute agricole dell’entroterra (Terraferma). Per gestire queste proprietà, Palladio inventa un modello abitativo palaziale ibrido, che unisce il palazzo residenziale alla tenuta agricola, e che si diffonde tra Vicenza e le rive del Brenta. Questo ritorno alla terra, essenzialmente attraverso la caccia – nuovo stile di vita dell’élite veneziana – si inserisce in una filosofia umanistica che rivaluta l’agricoltura e la caccia come valori “romani” fondamentali, quelli della nobiltà di spada italiana. Questi nuovi patrizi adottano la falconeria, che rimarrà la forma di caccia più nobile fino al XVII secolo. Su entrambe le porte, Veronese raffigura un falconiere che tiene in mano il falco [3], coperto da un cappuccio di pelle rossa, con le zampe legate da una corda di cuoio che il falconiere tiene nella mano guantata. Il cane da ferma è indispensabile in questa pratica: individua la selvaggina e, al momento opportuno, il falconiere si toglie il cappuccio e libera il suo uccello. Gli animali, e soprattutto i cani, sono onnipresenti nell’opera di Veronese. Nei suoi ritratti, nei grandi banchetti e nelle composizioni religiose (I pellegrini di Emmaus, Le nozze di Cana, Museo del Louvre), essi simboleggiano la fedeltà e conferiscono un tocco di realismo. Qui, ai piedi del suo padrone, rosicchia un osso, con lo sguardo vivace. Il nostro artista raffigura cani reali, descrivendo con precisione ogni razza, ben lontano dalle rappresentazioni statiche dei cani da parata di altri pittori. Il cane da caccia era probabilmente quello del committente. L’adolescente indossa un berretto impreziosito da un ciuffo di piume. Il suo farsetto aderente è decorato con fessure, e porta in vita un fazzoletto bianco, il cui colore si abbina a quello del tessuto avvolto intorno al collo. Alla gamma di gialli e verdi del dipinto di Bemberg fa da contrappunto il rosso che qui domina nei polsini delle calze aderenti rosse e nelle maniche, o nella porta socchiusa alle spalle del giovane. In entrambi i casi, il colore vivace è esaltato dai tessuti bianchi che illuminano l’insieme, a dimostrazione delle qualità di colorista da sempre celebrate in Veronese. La sua opera servirà da modello nel XVII secolo e fino ai Tiepolo. Eccelle nella resa del movimento, in questi dialoghi tra spazi reali e fittizi, destinati a stupire il visitatore e a contribuire al fasto dei suoi committenti [4]. La scoperta di questa eccezionale tavola testimonia chiaramente questo approccio caratteristico dell’ultimo pittore
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