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Gilbert & George (britannici, 1943 e 1942) Rotten Bar - 1972 11 fotografie, 11,9 x 16,2 cm (ciascuna) Etichetta dell’artista con titolo e data sul retro Con pannelli posteriori originali (separati) recanti titolo, numero, data e firma Provenienza: Galerie Vega, Liegi (1973) Collezione Robert e Suzanne Pannier, Bruges Pubblicato in: Carter Ratcliff, Gilbert and George. Complete Pictures 1971-1985, Rizzoli, New York, 1986, p. 45 Georges Vercheval, Marc Vausort, Emmanuel d'Autreppe, *Dérision & Raison* [catalogo della mostra], Charleroi, 1997, pp. 66-67 (ill.) Esposto: Galerie Sonnabend, Parigi, Gilbert & George. Any Port in a Storm, 9 gennaio 1973 Musée des Beaux-Arts, Le Havre; École d’architecture de Normandie, Rouen; Musée d’Évreux, Britannica: Trente ans de sculpture, 15 ottobre - 12 dicembre 1988 Museum voor Hedendaagse kunst, Anversa; Centre d'Art contemporain Midi-Pyrénées, Britannica: Trente ans de sculpture, 25 marzo - 8 maggio 1989 Musée de la Photographie, Charleroi, Dérision & Raison, 26 aprile - 31 agosto 1997, pp. 66-67 (ill.) Rotten Bar, realizzato nel 1972, fa parte delle undici Drinking Pieces che furono riunite l’anno successivo nella mostra Any Port in a Storm alla Galerie Sonnabend di Parigi. Il titolo stesso gioca sull’espressione comune “any port in a storm”, sostituendo il luogo di rifugio con il vino fortificato e trasformando il pub locale in un rifugio dalle pressioni della vita quotidiana. In tutta la serie, Gilbert & George si fotografano in normali pub londinesi, mentre bevono gin tonic in un’atmosfera al tempo stesso banale, ritualizzata e silenziosamente teatrale. Le prime opere di Gilbert & George cercavano costantemente di dissolvere la distinzione tra arte e vita quotidiana. Dichiarandosi “Sculture viventi”, fecero del proprio aspetto, del proprio comportamento e delle proprie routine quotidiane la materia della loro pratica. Performance, fotografia e cinema non sono mai state discipline separate, ma mezzi complementari attraverso i quali costruire una “vita-arte”. Le serie fotografiche dei primi anni ’70 sono nate direttamente da questa ambizione, conservando azioni che erano inizialmente esistite come eventi vissuti e trasformandole in opere autonome. Lo stesso anno, Gilbert & George realizzarono il film *Gordon’s Makes Us Drunk*, in cui versano ripetutamente gin, bevono e intonano la frase «Gordon’s ci fa ubriacare molto» con imperturbabile compostezza, mentre la musica di *Pomp and Circumstance n. 1 in Re maggiore, op. 39* di Edward Elgar accompagna la scena iniziale. Sia il film che i Drinking Pieces trasformano l’ebbrezza in un rituale accuratamente messo in scena, governato dalla ripetizione e dalla moderazione. Altrettanto significativa è la scelta dei motivi. Il pub, il gin tonic, le figure vestite in modo impeccabile e la *Pomp and Circumstance* di Elgar appartengono tutti a un linguaggio tipicamente britannico. Anziché celebrare queste convenzioni o parodiarle da una distanza critica, Gilbert & George le hanno incarnate così completamente da conferir loro un’inaspettata teatralità. I rituali quotidiani vengono sottilmente stravolti attraverso la ripetizione e l’understatement, rivelando quella peculiare tensione tra decoro e assurdità che sarebbe rimasta una caratteristica distintiva della pratica artistica dei due. Le undici fotografie in bianco e nero di *Rotten Bar* sono volutamente sfocate, distorte e stampate in modo da sembrare sgualcite. Piuttosto che documentare lo stato di ebbrezza, queste distorsioni evocano percezioni mutevoli dell’ebbrezza, affermando al contempo la fotografia come immagine costruita. L’opera occupa quindi una posizione intermedia tra performance e oggetto: le azioni si sono svolte davanti alla macchina fotografica, ma la loro forma artistica è emersa solo attraverso la successiva manipolazione delle stampe fotografiche. In quanto tali, i Drinking Pieces occupano una posizione centrale all’interno della pratica artistica iniziale di Gilbert & George. Segnano il punto in cui la fotografia ha smesso di limitarsi a documentare la performance per diventare l’opera stessa.
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